Chi sono

Sono nato a Milano nel 1931 in una famiglia ebraica di antiche origini piemontesi. Durante il fascismo a causa delle leggi razziali gli ebrei venivano costretti ad iscrivere i propri figli alle scuole israelite, ma mia madre, insieme ad altre amiche, riuscì ad ottenere l’istituzione di classi con bambini e insegnanti ebrei in una scuola laica, più vicina alla sua idea di educazione. Il direttore di quella scuola – il professor Borghini – accettò subito e diversi anni dopo, quando lo incontrai di nuovo per ringraziarlo, mi disse «Cosa dovevo fare: distinzione tra bambino e bambino?». Un eroe, insomma, nel suo piccolo. Un eroe al quale mi piacerebbe dedicare una targa in via Della Spiga, dove si trovava l’istituto.

Nel 1943, a pochi anni dalla fine della guerra, io e la mia famiglia fummo costretti a scappare in Svizzera, dove alloggiammo per qualche mese nei campi di accoglienza fino a quando non riuscimmo a sistemarci a Ponte Tresa, e dove restammo fino al termine del conflitto. Nel frattempo frequentai le scuole francesi di Losanna. Dopo, una volta tornato in Italia, finii il liceo a Milano prima di ripartire di nuovo per completare gli studi a Basilea e poi a Manchester.

Iniziò, qui, la mia vita di imprenditore. Finiti gli studi, infatti, insieme a mio fratello cominciai a dirigere le imprese tessili di famiglia e ricoprì anche diversi incarichi fra quali quello di presidente della Federtessile e di vicepresidente della Confindustria sotto la presidenza di Vittorio  Merloni tra il 1980 e l’82. Fu allora che conobbi il sindacalista Sergio Garavini. I suoi genitori avevano una carrozzeria che faceva veicoli speciali per la Fiat. Erano una famiglia di piccoli borghesi, e ci chiese di unire le tredici associazioni tessili in una sola. In quegli anni vi era un ottimo ministro dell’Industria, Giovanni Marcora, e Guido Rossi era vice presidente della Consob.

Nonostante fossi un industriale, sono sempre stato vicino alla sinistra e ho sempre cercato di non essere un padrone, coinvolgendo anche i lavoratori nelle decisioni e cercando di migliorare le loro condizioni lavorative.

Negli anni ’70 ho seguito con interesse la politica del Pci pur non iscrivendomi mai al partito.

I partiti per cui mi impegnai invece in prima persona furono quello Repubblicano, guidato da La Malfa – lo  abbandonai dopo la morte di Ugo poiché cambiarono le linee politiche – e quello Radicale, col quale collaborai molto durante il periodo del referendum sul divorzio.

Negli anni ’80, invece, fui uno dei pochi industriali a pagare anche il secondo punto di decimale sulla Scala mobile in opposizione alla battaglia che conduceva la Confindustria, allora guidata da Lucchini, contro sindacato e governo. Ma non risparmiai critiche nemmeno alla Cgil di Lama, totalmente reticente verso la trattativa.

Nel 1992 fui chiamato da Piero Borghini a ricoprire l’incarico di Assessore al bilancio durante il suo breve mandato come sindaco di Milano. Fui, in poche parole, uno dei primi tecnici della politica italiana: avevo l’incarico di modernizzare la macchina comunale e renderla più efficiente, nonché di partecipare alle politiche di risanamento allora istituite dal governo di Giuliano Amato.

Nel 1994, poi, divenni presidente della Fondazione museale Poldi Pezzoli, di cui già facevo parte, come consigliere, dal 1986 e per la quale fui già sostenitore dell’iniziativa Una dote per il Poldi Pezzoli promossa da Carlo Tognoli quando era sindaco della città.

Quella del Poldi Pezzoli è stata una delle esperienze più positive della mia vita oltre che essere stata molto produttiva, tanto che anche l’allora presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi, volle ricevere al Quirinale l’Associazione Amici del Museo, e tanto che, nel 2003, ricevetti Ambrogino d’oro.

Nel 1997 invece, su pressione di molte associazioni imprenditoriali milanesi, fui chiamato da Romano Prodi a guidare l’ente Fiera Milano. Fu lì che iniziò una delle esperienze più logoranti e brutte della mia vita: entrai in conflitto con i vertici, che sfruttavano la propria posizione per garantirsi dei privilegi. L’anno dopo la mia nomina mi rifiutai di firmare il bilancio: c’erano troppe irregolarità. Da qui partì un iter processuale che mi impegnò per ben quattro anni e mi causò persino dei problemi di salute. La vicenda, però, mi valse l’appellativo di Artom, il piacere dell’onestà, dopo che Guido Lopez titolò in questo modo un’intervista che mi fece in occasione di questa vicenda.

Negli ultimi anni ho inoltre collaborato con svariate fondazioni e associazioni culturali e umanitarie. Prima fra tutte: Emergency; ma anche Amici di EdoardoBambini in Romania, Fondazione Orchestra Sinfonica Giuseppe VerdiComunità Nuova, FIRC e IFOM.

Altre informazioni nella mia pagina su Wikipedia.

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